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Cosmopolis: Intervista a Don DeLillo / Cosmopolis: Don DeLillo Interview

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  1. Cosmopolis: Intervista a Robert Pattinson / Cosmopolis: Robert Pattinson Interview
  2. Cosmopolis: Intervista a David Cronenberg / Cosmopolis: David Cronenberg Interview

VERSIONE ITALIANA – ITALIAN VERSION

Come è nato il progetto dell’adattamento cinematografico di Cosmopolis?

Io non c’entro niente. Nel 2007, Paulo Branco mi ha invitato in Portogallo a partecipare al Festival di Estoril, coordinato da lui stesso. Gli piace avere in giuria gente non strettamente connessa con il cinema, come scrittori, pittori o musicisti. Ritrovarsi a parlar di cinema in questo modo è un’esperienza piacevole e, tra una conversazione e l’altra, mi ha raccontato del progetto di adattamento di Cosmopolis, suggeritogli da un’idea del figlio Juan Paul. Ne aveva già opzionato i diritti ed io, conoscendo il suo curriculum come produttore e l’elenco impressionante dei tanti grandi registi con cui aveva lavorato, gli ho detto di sì. Quando abbiamo sollevato la questione del possibile regista, Juan Paul ha suggerito David Cronenberg e, nel giro di poco tempo, tutto ha preso vita in maniera molto rapida.

Lei ha letto la sceneggiatura?

Si, certo. E l’ho trovata incredibilmente vicina al romanzo. Naturalmente, Cronenberg ha tagliato alcune scene che sullo schermo potrebbero non funzionare ma è rimasto fedele allo spirito del mio romanzo. Quando ho letto il copione, è stata mia precisa volontà quella di non dire nulla e di non intervenire, Cosmopolis era diventato un film di Cronenberg. È il mio romanzo ma era anche un suo film, ho trovato corretto non pregiudicare il suo lavoro.

Nel marzo scorso, poi, ho visto il film già completato a New York e sono rimasto molto colpito: è molto più di quanto avessi immaginato. Mi è piaciuto sin dall’inizio, dai titoli di testa: trovo che iniziarli con Jackson Pollock e finirli con Rothko sia un’incredibile idea. E la scena finale con Robert Pattinson e Paul Giamatti è semplicemente allucinante!

Aveva mai pensato a un possibile adattamento?

Nel corso degli anni, ci sono state molte proposte per adattare alcuni miei libri ma alla fine non si è mai concluso nulla. Pensavo poi che adattare Cosmopolis fosse un’impresa davvero difficile, dato che la maggior parte dell’azione si svolge all’interno di una macchina, poco adatta al grande schermo. Ma mi son dovuto ricredere per come Cronenberg sia riuscito a girare all’interno della limousine alcune scene che originariamente io avevo ambientato altrove. E mi riferisco in particolar modo alla sequenza con Juliette Binoche.

Per i suoi romanzi è quasi un paradosso: nonostante siano pieni zeppi di riferimenti cinematografici, sembrano impossibili da trasporre al cinema.

Ha ragione ma io non riesco a spiegarmi il perché. Ho sempre pensato che Libra o Rumore bianco potessero essere facilmente trasformati in film ma, a quanto pare, è complicato. Non so perché. In ogni caso, non aspettatevi mai che pensi io ad un adattamento o che scriva una sceneggiatura.

Il cinema nei suoi romanzi gioca sempre un ruolo di primo piano, nonostante non ci sia quasi mai nessun riferimento a un film o a un regista in particolare. Sembra che conti più l’idea del cinema in sé che i modelli o i personaggi che propone.

Ciò che più conta è la sensibilità che alcuni film hanno rispetto ad altri. Sono cresciuto nel Bronx, ero solito vedere film western, musical e gangster movie. A quei tempi, non sapevo neanche cosa fosse un noir. Poi, mi sono trasferito a Manhattan e ho scoperto Antonioni, Godard, Truffaut, i grandi registi del cinema europeo e quelli giapponesi, a partire da Kurosawa. Sono stati una rivelazione: la grandezza dei loro film per me era equiparabile a quella dei più importanti romanzi. In molti pensano che nel 1960 lasciai il mio lavoro in una società pubblicitaria per scrivere il mio primo romanzo ma non è affatto vero: smisi di lavorare per andare al cinema ogni pomeriggio. Solo successivamente ho preso in considerazione l’idea di cominciare a scrivere!

Continue…

E poi ha scritto Americana, la storia di un uomo a cui capita di lasciare il suo lavoro nel settore dei media per dirigere un film…

Esattamente. Da allora, vivendo vicino a New York, ho scoperto che alcuni film non vengono distribuiti in nessun altro cinema di tutti gli Stati Uniti. Ad un certo punto della mia vita, mi sono ritrovato a vivere per tre anni in Grecia e ho dovuto rimanere a corto di cinema: molti buoni film non arrivavano fino a lì e mi sono reso conto che il cinema mi mancava. E, poi, sono sempre attento ad osservare da vicino quello che accade nel settore cinematografico e ritengo che, ultimamente, Il cavallo di Torino di Bela Tarr, The Tree of Life di Terrence Malick e Melancholia di Lars von Trier siano stati delle pietre miliari.

Nei suoi romanzi non ci sono solo i numerosi riferimenti al cinema ma c’è proprio qualcosa di cinematografico a partire dal livello della narrazione. Per esempio, l’inizio di Underworld è paragonabile ad una piccola sequenza.

Questo accade perché, quando scrivo, ho bisogno di vedere quello che sta succedendo. Anche quando si tratta di due uomini soli che parlano in una stanza, per me limitarsi a scrivere i dialoghi non è sufficiente. Devo visualizzare la scena, capire dove sono i personaggi, come si siedono, ciò che indossano e così via. Non avevo mai riflettuto molto su questa mia esigenza ma me ne sono reso conto di recente scrivendo il mio nuovo romanzo, in cui il protagonista trascorre molto tempo a visualizzare molti file video su uno schermo ampio. Non mi trovo a mio agio con la scrittura astratta, con storie che sembrano saggi: si deve vedere ciò che accade, io ho bisogno di vedere!

Lei è italoamericano. Si è mai sentito in sintonia con la generazione dei grandi registi italoamericani che sono esplosi negli anni Settanta e di cui è contemporaneo?

Mi è piaciuto molto Mean Streets. Io sono cresciuto nel Bronx e Scorsese nella Manhattan bassa, a Little Italy, ma entrambi parliamo la stessa lingua, abbiamo gli stessi accenti e ci comportiamo in maniera uguale. Inutile dire poi che mi erano familiari i ribelli e i facinorosi, come il personaggio di Robert De Niro, dato che ne ho conosciuti parecchi.

Anche se, per cercare il film con cui sono più sintonia, bisogna andare indietro nel tempo. Ero molto giovane quando ho visto Marty, vita di un timido di Delbert Mann, che si svolge nel Bronx, lo stesso quartiere in cui vivevo io. Il film era proiettato a Manhattan ed io e altri 7 ragazzi siamo saliti su una macchina per andare a vederlo. La sequenza iniziale aveva luogo ad Arthur Avenue: la mia strada! Riconoscere in un film angoli e negozi che appartenevano alla mia realtà è stata un’esperienza incredibile. Mai avrei allora pensato che qualcuno potesse fare un film in quella zona.

Come ha reagito quando ha saputo che David Cronenberg si sarebbe occupato dell’adattamento del suo romanzo?

Mi ha fatto piacere. Mi mancano alcuni dei suoi primi film ma da Inseparabili in poi li ho visti tutti. Sono particolarmente affascinato da Crash, eXistenZ e, naturalmente, A History of Violence. Quando ho saputo che avrebbe preso in mano Cosmopolis, mi son chiesto se fosse il tipo di materiale su cui era solito lavorare e ho pensato che forse per lui era un’occasione per affrontare qualcosa di nuovo. Comunque, ero sicuro che avrebbe potuto rendere al meglio l’impatto visivo del romanzo e che avrebbe sorpeso tutti, me compreso. Non avevo idea di come ci sarebbe riuscito ma sapevo che niente sarebbe stato convenzionale.

Ha mai visto la sua versione de Il Pasto nudo?

Si ed è impressionante! Esattamente il genere di sorpresa che mi auguravo anche per Cosmopolis.

Quando ha incontrato Cronenberg?

Anche lui era ad Estoril e ci siamo conosciuti in quell’occasione. Ma, contrariamente a quanto si crede, in seguito non abbiamo parlato molto dell’adattamento, ho preferito rimanere fuori dal progetto. Abbiamo parlato un po’ solo del fatto che sarebbe stato girato prevalentemente a Toronto e del protagonista ma l’attore che avevamo in mente non poteva prender parte al film. Quando ho saputo che Paulo aveva scelto Robert Pattinson, ho pensato che la mia nipote quattordicenne mi avrebbe finalmente guardato con occhi diversi.

Ha visitato il set?

No. Mi è stato proposto ma non l’ho ritenuto indispensabile. Sono stato diverse volte sui set cinematografici e li trovo noiosi. Si passa la maggior parte del tempo ad aspettare.

Parlando di set, non la preoccupa che la maggior parte delle riprese non si siano svolte a New York, dato che la città è così importante nel suo romanzo?

Ciò che conta è quello che accade all’interno della limousine. Si tratta di un mondo a sé, con diverse intrusioni di vario genere, visitatori e una folla inferocita. Questo è quello che conta. Inoltre, le riprese effettuate altrove e non a New York danno al film una connotazione più generale, restituendo l’idea che quanto accade possa succedere in qualsiasi altra grande metropoli contemporanea.

Il libro è stato pubblicato nel 2003. Il film esce nel 2012. Non ha paura che quest’intervallo di tempo possa rappresentare un problema per la sua comprensione o lo faccia apparire antiquato?

No. Quando stavano per essere ultimate le riprese, c’è stata la nascita del movimento Occupy Wall Street e colpisce la coincidenza, dato che è collegabile anche a quello di cui si parla nel film. Vija Kinski, nel film, spiega a Packer, il suo capo, che i manifestanti sono strettamente connessi alle azioni di Wall street e del capitalismo e contribuiscono ad aggiornare e regolare il sistema. In un certo modo, aiutano Wall Street a ridefinirsi in un nuovo contesto e in un mondo più grande. A mio parere, questo è anche quello che sta accadendo con Occupy Wall Street: non ha cambiato niente, non ha ridotto i bonus astronomici rastrellati dai dirigenti aziendali ma ha permesso loro di studiare soluzioni alternative alla protesta.

Quale è stata la sua reazione quando per la prima volta ha visto il film? Ha trovato elementi che non erano presenti nel suo romanzo?

Sono rimasto basito. Ci sono momenti anche divertenti e sono rimasto impressionato da tutto il finale che porta il film su un altro livello. Quello che accade tra Packer e Benno Levin è segnato dal rispetto reciproco, presente nel libro ma ancora più palpabile nel lavoro di Cronenberg. Ha fatto bene David a tagliare i due interventi di Benno precedenti all’incontro, avevano senso nel romanzo ma non nel film.

I dialoghi sono quasi tutti suoi. Cosa si prova nel sentirli sullo schermo?

È la cosa più strana! Sono parole mie ma assumono un’altra vita. Ho scritto io ad esempio la conversazine sull’arte che hanno Packer e il personaggio interpretato da Juliette Binoche ma in qualche modo per me è stato come scoprirla (e comprenderla) per la prima volta.

Uno degli aspetti più importanti del libro è il modo in cui le cose — e le parole usate per riferirsi ad esse — diventano obsolete e vengono abbandonato dopo un processo di obsolescenza accelerata. Packer si chiede in continuazione “questa cosa esiste ancora?“, “che parola possiamo usare per questo?“…

Vero. Nel romanzo, Packer ha una particolare percezione del tempo che lo proietta in avanti e vede ciò che succederà dopo. Questo aspetto nel film è scomparso. Avevo prestato molta attenzione al tempo e al modo in cui la nostra percezione temporale viene alterata e modellata dai soldi. Si dice che “il tempo è denaro” ma nel contesto di Cosmopolis “il denaro è tempo”.

Quest’idea c’è anche nel film, è solo trattata in modi diversi.

Il suo nome appare anche nei titoli di coda, per via di una canzone contenuta nel film.

Si, l’ho notato. È per via dei testi che ho scritto nel libro per il rapper Sufi e che sono stati usati anche nel film. Questo segna l’inizio di una nuova carriera per me… come paroliere rap! Non potrei esserne più fiero.

ENGLISH VERSION – VERSIONE INGLESE

How did the project to adapt Cosmopolis come about?
I wasn’t behind it. In 2007, Paulo Branco invited me to take part in the Estoril Film Festival, which he coordinates in Portugal. He likes to have people from outside the cinema industry, such as writers, painters or musicians, to sit in the jury, and it is indeed a very pleasant experience to talk about films that way. On this occasion, he told me about the project; actually, it was his son Juan Paulo’s idea in the first place. He had already optioned the rights to the book. I knew his career as a producer, the impressive list of great filmmakers he has worked with, so I said yes. Then the question of the director arose, and I think Juan Paulo is again the one who suggested David Cronenberg. Next thing I knew, Cronenberg was on board and it was a done deal, in the best possible way. It all happened very quickly, actually.

Did you read the script?
Yes I did, and it was incredibly close to the book. Of course, Cronenberg cut out a few scenes that couldn’t work out, but it is totally faithful to the spirit of the novel. Of course, I had no intention to make comments when I read it, it had become a Cronenberg film. It is my novel, but it is his film, there is no question about it. Then, last March, I saw the film in New York once it was completed. I was really impressed. It is as uncompromising as it can possibly be. I liked it from the very beginning, from the opening credits: what an amazing idea to start with Jackson Pollock, and to finish with Rothko, for that matter. And the final scene, with Robert Pattinson and Paul Giamatti, is just mind-blowing!

What did you think about adapting this very novel for the screen?
Throughout the years, there have been many proposals to adapt several of my books, but they have never come through. I thought that adapting Cosmopolis would be particularly tricky, since most action is confined within a car, which doesn’t translate well to the screen. But not only did Cronenberg respect that, he also shot in the limo some scenes that originally happened elsewhere, like the sequence with Juliette Binoche, for instance.

There is a paradox about your books: although crammed with references to cinema, they seem impossible to adapt to the screen.
You are right, but I just cannot explain it. I thought that Libra or White Noise could easily be turned into films, but apparently it is very complicated. I don’t know why. Anyway, don’t expect me to take care of it myself and write a screenplay.

Cinema plays a large part in your books, but hardly ever by means of a reference to a particular film or filmmaker. It is more the idea of cinema than such or such model or personality.
Indeed, what matters is more a cinematographic sensibility than some films in particular. I grew up in the Bronx, we used to watch westerns, musicals, gangster flicks – at that time I didn’t know what a film noir was. Then I moved in to Manhattan, and I discovered Antonioni, Godard, Truffaut, the great modern European directors, and also Japanese directors, starting with Kurosawa. To me it was a revelation: the magnitude of such films equalled that of the greatest novels! Many people think that in the 1960s I quit my job in an
advertising company to write my first novel. Not at all: I just quit so I could go to the movies every afternoon. Only afterwards did I seriously take up writing.

Then you wrote Americana, the story of a man who happens to quit his job in the media industry to direct a film…
Exactly! (He laughs) And since then, as I live close to New York, I keep discovering many new films that have become impossible to watch in a theatre anywhere else in the United States. At some point in my life I lived in Greece, for three years, and I was film-starved, many good films weren’t shown there, I really missed it. Otherwise, I have kept a close look on what has been happening in the cinema industry, and I think that lately The Turin Horse by Bela Tarr, The Tree of Life by Terrence Malick or Melancholia by Lars von Trier have been real milestones.

In your novels, there aren’t only numerous references to cinema, characters who want to make films, lost films or secret films, etc. There is something quite cinematographic in the narration itself, for instance the trajectory of the boy and the baseball at the beginning of Underworld is composed as a film sequence.
It is because when I write, I need to see what is happening. Even when it is just two guys talking in a room, writing dialogues is not enough. I need to visualize the scene, where they are, how they sit, what they wear, etc. I had never given much thought about it, it came naturally, but recently I became aware of that while working on my upcoming novel, in which the character spends a lot of time watching file footage on a wide screen, images of a disaster. I had no problem describing the process, that is to say to rely on a visualization process. I am not comfortable with abstract writing, stories that look like essays: you have to see, I need to see.

You are Italian-American. Have you felt a particular kinship with the generation of great ItalianAmerican directors that made its breakthrough in the 1970s, and with which you were contemporary?
I really liked Mean Streets. I grew up in the Bronx and Scorsese in Lower Manhattan, in Little Italy, but we shared the same language, the same accents and the same behaviours. Needless to say I was familiar with troublemakers like Robert De Niro’s character, I even knew some of them very well. But the most significant experience probably dates back further. I was very young when I saw Marty by Delbert Mann, which takes place where I used to live, in the Italian part of the Bronx. The film was shown in Manhattan, so there were eight of us guys, packed in a car to go and watch it. The opening scene takes place in Arthur Avenue. It was our place! Seeing our street, the shops we patronized, there in a movie theatre, that was amazing. It was as if our very existence was acknowledged. We never would have thought that somebody would make a film in those streets.

How did you react when you heard that David Cronenberg was to adapt your novel?
I was delighted. I missed a few of his earliest films, but at least since Dead Ringers, I have seen them all. I am particularly fond of Crash and ExistenZ, and of course A History of Violence. At first I wondered if it was the kind of material he usually worked with. I didn’t think so, but I thought it could be a good thing, an opportunity for him to tackle the subject in an original way. Anyway I was sure he could make the content of the book visually stunning, in a way that would surprise everybody, including myself. I had no idea what he was up to, but I knew it wouldn’t be conventional.

Had you seen his version of Naked Lunch?
Yes, that’s impressive! Exactly the kind of surprise I was hoping for regarding Cosmopolis.

Was it when you met with David Cronenberg?
Yes, he was in Estoril as well. But we didn’t talk much about the project to adapt the book, I wanted to keep out of it. We talked a bit about the fact that it would be shot mainly in Toronto, I could see that he knew what he was doing, and it was fine by me. We probably talked about the leading actor, but this person finally couldn’t make it. Later on, when Paulo told me about Robert Pattinson, I thought that at last, my fourteenyear-old niece would look up to me.

Did you visit the set?
No. I was offered to, but I didn’t find it useful. I have already been on film sets, it’s really boring. You spend most of your time waiting.

Speaking of film location, New York is so important in the novel, weren’t you somewhat worried to know that most of the shooting was to take place elsewhere?
The important thing is that it happens inside a limousine. It is like a world itself, with several intrusions of various kinds, visitors, or an angry mob. This is what really matters. Besides, shooting elsewhere gives the film a more general dimension, of course it is New York, but it is more the idea of “the great contemporary city” we are dealing with, which is perfectly fine.

The book was published in 2003, the film will be released in 2012, weren’t you afraid that this interval was going to be a problem?
Interestingly enough, when the film was almost done, the “Occupy Wall Street” movement came out, somewhat striking a chord with what the film is about. I think it is only the beginning, there is going to be more of it. Vija Kinski, Eric Packer’s Chief of Theory (played by Samantha Morton in the film), explains to her boss that those protesters are the direct offspring of Wall Street and capitalism, and that they contribute to refresh and readjust the system. They help Wall Street redefine itself in the face of a new context and a bigger world. In my opinion, this is precisely what is happening: “Occupy Wall Street” hasn’t reduced the astronomical bonuses raked in by corporate executives.

What was your reaction when you first saw the film? Did you find new elements that weren’t in the book?
I was thrilled. There are also very funny moments, and I was really impressed by the whole ending, it takes the film to another level. What happens between Eric Packer and Benno Levin, the character played by Paul Giamatti, is marked by their mutual respect, something that was in the book but which is more palpable in the film. Indeed, David made the right decision in cutting two interventions by Benno Levin before they meet. Those two inserted chapters fitted the novel, not the film.

The dialogues are almost all yours. How does it feel to hear them?
It is the strangest thing! These are my words, but they take on another life. I wrote this conversation about art that Eric and the character played by Juliette Binoche have, but somehow it felt like I was discovering it, or even understanding it for the first time.

One of the most important aspects of the book is the way things, and the words assigned to them, become outdated and are left behind, following a process of accelerated obsolescence. Packer keeps saying “does this thing still exist?”, “how can we still use such a word?”, “‘computer’, it’s such a dated word”, etc.
That’s true, and in the novel he has a particular perception of time which projects him ahead, he sees what is going to happen next. This aspect has almost disappeared from the film. For this book, I paid much attention to time, to the way money shapes our perception of time. They say “time is money”, but in this context, money is time. This idea is also in the film, only in different ways.

Your name appears in the closing credits for a song in the movie.
Yes, I noticed that! It is because of the lyrics I wrote for the Sufi rapper in the book, which were also used in the film. This launches the beginning of a new career for me as a rap lyricist… I couldn’t be any prouder.

ViaVia Production Notes Ascot Elite

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